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Biodiving: photosub, marine biology, diving school

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  Gli Articoli di MondoMarino.net
Subacquea
- Cenni storici -
di Lorenzo MESSINA

L’esplorazione dei fondali marini sin dai tempi più antichi fu dettata da esigenze di carattere bellico, come mezzo di offesa e di difesa. Solo in questi ultimi decenni le attività subacquee, svolte in condizioni di ragguardevole sicurezza, sono sfruttate anche per studi biologici, archeologici, geologici, nonché per scopi prettamente ludico-ricreativi.

Per le difficoltà dovute alla quasi totale mancanza di idonee attrezzature (a partire dalla maschera ottica), le rarissime ed eccezionali imprese sottomarine sconfinarono quasi sempre in mito e leggenda. Costituivano oltretutto invalicabili limiti le lacunose conoscenze della fisica e della fisiopatologia dell’immersione.

Nonostante tali limiti l’uomo deve aver fatto ricorso ad espedienti e congegni vari per sfruttare le possibilità e le ricchezze offerte dal mondo sommerso, anche se raramente si fa esplicito riferimento ai mezzi impiegati. Testimonianze sull’abilità dell’uomo di scendere in tempi remoti a discreta profondità si ritrovano oggi, oltre che in testi scritti, anche in incisioni e raffigurazioni pittoriche dei reperti rinvenuti negli scavi archeologici.

Circa 7-10000 anni fa esisteva una comunità nel Mar Baltico chiamata “Kjokkenmodinger”. Presso i loro insediamenti abitativi sono stati rinvenuti ingenti quantità di conchiglie fossili, ciò induce a pensare che tale popolazione doveva avere sviluppato particolari abilità ed idonee tecniche di raccolta dei molluschi in fondo al mare.

Nel territorio corrispondente all’antica Mesopotamia, tra il Tigri e l’Eufrate, sono stati rinvenuti oggetti ed ornamenti intarsiati in madreperla risalenti al 4500 al 3200 a.C.

Intorno al 2000 a.C. nacque e si diffuse la leggenda di Glauco, forse pescatore greco, per altri pastore in Beozia, secondo altri ancora uno degli Argonauti che navigavano alla ricerca del mitico “vello d’oro”, capace di raggiungere la ragguardevole profondità di 100 mt sotto il livello del mare con apnee prolungate fino ad oltre 10 m’. (Il “vello d’oro” sembra fosse tessuto con i filamenti che le pinne nobilis, grandi bivalvi, producono per ancorarsi al fondo sabbioso).

Secondo un racconto di Erodoto la prima vittima di un’immersione fu Glauco. Un giorno il dio Nettuno, ammaliato da una sua eccezionale immersione, decise di non rimandarlo più in superficie ma di accoglierlo alla sua corte tra le Naiadi e le Sirene.

Erodoto narra ancora che il pescatore Scylla potesse percorrere sott’acqua 80 stadi (1500 metri). Nel 480 a.C., approfittando di una notte buia, Scylla e sua figlia Cyana, nuotando sott’acqua, raggiunsero la flotta persiana che assediava Atene tagliandone i cavi di ormeggio e delle ancore. Le navi di Serse subirono così ingenti danni, spinte a fracassarsi sulle scogliere dal forte Maestrale di quella notte.

Tucitide riporta che gli spartani a Sfacteria fossero riforniti di viveri da sommozzatori, e che abili nuotatori subacquei ateniesi nel 415 a.C. demolirono le difese sommerse antisbarco poste a protezione del porto di Siracusa.

Ai tempi di Aristotele, tra i primi a descrivere tecniche ed attrezzature subacquee, nonché metodi per evitare i malesseri conseguenti, non si conoscevano le manovre di compensazione e l’esatto meccanismo delle lesioni timpaniche. I subacquei di allora prima di immergersi applicavano alle orecchie delle spugne imbibite di olio con la speranza di evitare lesioni timpaniche, ed erano soliti respirare attraverso un tubo “come gli elefanti, che respirano con la proboscide sollevata nell’attraversare i corsi d’acqua.”.

Alcuni soldati di Alessandro Magno danneggiarono le difese di Tyro respirando sott’acqua con una rudimentale strumento, la “lebeta”, forse un rudimentale boccaglio, o forse una campana pneumatica di pelle di capra collegata ad un tubo.

Si racconta che lo stesso Alessandro Magno volle farsi calare in fondo al mare racchiuso in uno speciale barile di vetro per potere osservare e studiare la vita sottomarina, rimanendovi per 3 giorni e 3 notti. A ricordo di questa – in verità improbabile – impresa furono eseguite numerose incisioni artistiche.


  
Cleopatra
Cleopatra una volta si prese gioco di Marco Antonio utilizzando una tecnica di immersione subacquea. Ordinò ad alcuni suoi soldati di nuotare sott’acqua ed appendere un pesce salato all’amo del suo innamorato, appassionato di pesca con la canna.

Nel De Re Militari di Vegezio si legge che ai tempi dell’imperatore Claudio (1-45 d.C.) esisteva un corpo speciale di soldati assaltatori sommozzatori, gli “urinatores o urinantes”, dal verbo latino arcaico urinari = immergersi in acqua, equipaggiati con un cappuccio di pelle o un sacco ricavato dallo stomaco di un agnello che si prolungava in un tubo affiorante in superficie.

Alcune semplici tecniche di immersione subacquea sono giunte fino ai giorni nostri. Da oltre 2000 anni le pescatrici Ama giapponesi e coreane vivono con ritmi tramandati da secoli. Le donne pescano per circa 8-10 ore al giorno in un’acqua con temperatura intorno ai 10° C ad una profondità media di 20 mt, mentre i loro uomini governano in superficie le barche a remi. Si immergono a corpo nudo, se si esclude la presenza di un piccolo perizoma, facendosi trascinare verso il fondo da una pietra legata ad una cima ed indossando un paio di occhialini in guscio di tartaruga forniti di pompette laterali per il riequilibrio della pressione (il carapace di tartaruga può essere levigato così finemente da divenire perfettamente trasparente).

Leonardo Da Vinci (siamo intorno all’anno 1500 d.C.) si occupa anche del moto subacqueo. Progetta e disegna dei particolareggiati guanti palmati, un boccaglio fornito della necessaria curvatura per meglio poterlo portare alla bocca e facilitare la respirazione (da cui il moderno snorkel), uno scafandro, un’ingegnosa attrezzatura adatta a respirare sott’acqua molto simile ai successivi dispositivi ARO (autorespiratori ad ossigeno).

Nel 1535 un tale Lorena, italiano, si immerge nel lago di Nemi a -22 mt con una campana di sua realizzazione, alla ricerca delle galere dell’imperatore Caligola affondate nel 30 d.C.

Halley inventa le campane da immersione; con la sua “cloche a plonger” perfeziona il rifornimento di aria all’interno della campana attraverso un tubo collegato ad una pompa posta in superficie.

E giungiamo al 1679, quando Padre Giovanni Alfonso Borelli, che fu jatro-fisico, matematico, astronomo, fisico e fisiologo, che inventò l’eliostato, studiò il movimento delle comete, dei corpi celesti, il fenomeno della capillarità, la velocità del suono, propose il primo vero “apparecchio di immersione individuale” della storia. Sfruttando le esperienze di Galilei, Pascal, Torricelli, Boyle, Guericke sulla pressione atmosferica e sulla elasticità dell’aria si impegna nell’opera “De Motu Animalium” nel cui capitolo “De natatu” descrive una apposita “macchina con la quale gli uomini immersi nell’acqua possono respirare e vivere per parecchie ore”.


  
Subacqueo
Il suo subacqueo è protetto da una muta di pelle caprina, indossa in testa un otre pieno di aria compressa che funge da riserva d’aria e da equilibratore fornito di un oblò di vetro per poter guardare intorno a sé, si zavorra con del piombo, utilizza pinne ai piedi affinché possa muoversi nell’acqua “non alla maniera dei gamberi ma col remigare delle palme delle mani e dei piedi”, in modo tale da poter “nuotare nell’acqua alla maniera delle rane”, e tiene in mano un voluminoso cilindro pieno d’aria munito di stantuffo per variare il suo assetto in acqua sfruttando il principio di Archimede.

Sugli stessi principi è basato il progetto della sua “navis urinatoria”, un vero e proprio sommergibile, anch’esso ampiamente descritto nel “De Motu Animalium”.

Agli inizi del 1800 l’americano Benjamin Franklin costruisce una sorta di sandali allargati da applicare ai piedi per aumentare la spinta propulsiva del nuotatore, ma con risultati deludenti. Nel 1920 il francese De Corlieu idea un prototipo di pinne, messe in commercio solo nel 1935, il prototipo da cui deriveranno quelle attuali. Già moltissimi anni prima, però, gli abitanti delle isole Marchesi utilizzavano delle rudimentali pinne costruite intrecciando tra loro foglie di palma e fronde di pandano.


  
Navis urinatoria
Nel 1852 W.H. James costruisce un autorespiratore a circuito chiuso in cui una sezione contenente potassa caustica assorbiva l’anidride carbonica prodotta. Rappresentò il prototipo degli apparecchi ARO, la cui preziosa caratteristica di non produrre bolle venne utilizzata dagli uomini-rana nei conflitti bellici che seguirono per compiere le loro imprese.

Le prime tabelle di decompressione furono formulate nel 1913 da Paul Bert e John Scott Haldane, in seguito alla individuazione dell’azoto che si discioglie nel sangue e nei tessuti come il principale nemico delle immersioni subacquee.

E’ sempre del 1913 la prima documentazione ufficiale (diario di bordo) di uno strabiliante –80 in apnea “stabilito” dal pescatore di spugne greco Haggi Statti che scese per disincagliare l’ancora della corazzata italiana Regina Margherita.

Nel 1936 Hans Hass inizia a fare fotografie sott’acqua e nel 1940 Cousteau, Dumas e Taillez adoperano le prime cineprese subacquee.

Il comandante francese Yves Le Prieur si ingegna a costruire un erogatore con valvola automatica che permette di adeguare la pressione dell’aria contenuta nelle bombole a quella ambientale. L’invenzione viene perfezionata dall’ingegere Gagnan che, insieme a Cousteau lo commercializza e lo diffonde in tutto il mondo nel 1945.

Nel 1952 la FIPS (Federazione Italiana Pesca Sportva), affiliata al CONI, accoglie al suo interno questa attività, e i suoi corsi sono inizialmente rivolti a sommozzatori dei vigili del fuoco, carabinieri, guardia di finanza, militari del genio.

Nel 1957 parte il primo corso federale in Italia che rilascia brevetti nazionali.

Dagli anni sesanta-settanta in poi si sviluppano in USA organizzazioni che, forti di una didattica veloce e incisiva, si espandono rapidamente in tutto il globo controllando in pratica il mercato mondiale della subacquea.


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