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Biodiving: photosub, marine biology, diving school

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Plancton, microcosmo marino (parte II)
- Zooplancton, animali alla deriva -
di Francesco RICCIARDI

La vita negli enormi spazi del mare aperto è estremamente complessa, e molti suoi aspetti sono ancora per lo più sconosciuti. Per similitudine, l’alto mare potrebbe somigliare ad un’immensa prateria, popolata oltre che dai vegetali (il fitoplancton), da mandrie di erbivori (lo zooplancton di piccole dimensioni) e da furbi predatori (lo zooplancton più grande). Ovviamente il paragone regge solo fino a qui, immaginiamo quanto dovrebbe essere grande l’equivalente di una balena delle praterie, in grado di cibarsi di miliardi di erbivori ogni giorno!


  
Caravella portoghese (Physalia physalis)
Foto di Roberto SOZZANI
Il termine “zooplancton” indica tutti quegli animali che non sono in grado di opporsi al movimento delle correnti, ma si lasciano trasportare passivamente da esse. Le forme che sono raggruppate nello zooplancton sono però estremamente varie, di grandezza compresa tra la frazione di millimetro ed alcuni metri, come la Caravella Portoghese (Physalia physalis). L’esistenza contemporanea, nello zooplancton, di predatori e prede costituisce un importante anello di congiunzione tra la vegetazione microscopica (il fitoplancton) e i grandi predatori, come pesci e mammiferi marini.

La maggior parte dei gruppi animali marini è rappresentata nello zooplancton, almeno in una fase della vita. Oltre ad organismi adulti, lo zooplancton comprende anche moltissime specie che trascorrono lo stadio larvale in balia delle correnti. Un esempio piuttosto comune è quello dell’anguilla (Anguilla vulgaris), il cui stadio larvale (detto leptocefalo) si lascia trasportare dalle correnti (in particolare quella del Golfo) per 2-3 anni prima di approdare sulle coste dell’Europa e passare alla forma adulta. Molti altri gruppi animali, che allo stadio adulto sono immobili e fissi al fondo, affidano alle correnti le loro larve o i loro gameti nella speranza che il caso faccia trovare loro un ambiente favorevole da colonizzare.


  
Tunicati planctonici (Pyrosoma atlanticum)
Foto di Guido PICCHETTI
Tra i gruppi principali presenti nello zooplancton, quelli forse più importanti sono crostacei: i copepodi e gli eufasiacei.

@ I Copepodi
Sono presenti in concentrazioni variabili, fino ad addirittura circa 28.000 esemplari per metro cubo di acqua, come nel Mare di Barents. Anche le dimensioni sono piuttosto variabili, da 1-2 fino anche a 5 mm di lunghezza. Oltre che nel plancton, sono un gruppo diffuso praticamente in ogni habitat, dai sedimenti marini profondi alle acque dolci, oltre che in ambienti ecologicamente al “limite” della sopravvivenza, come sorgenti termali, acque salmastre, acque sotterranee.
Il gruppo più numeroso è quello dei calanodi, tra cui la specie mediterranea Calanus helgolandicus. Spesso i copepodi risultano talmente abbondanti che le loro feci costituiscono la principale fonte di alimentazione dei detritivori di mare profondo. Inoltre, essi sono la fonte di cibo primaria per moltissime specie di pesci, sia pelagici che bentonici. Altri copepodi sono parassiti sia di pesci che di invertebrati.


  
Medusa luminosa (Pelagia noctiluca)
Foto di Francesco TURANO
@ Gli Eufasiacei
Sono crostacei malacostraci, un po’ più grandi dei copepodi (circa 1-2 cm), e spesso sono muniti di organi bioluminescenti (fotofori) che utilizzano probabilmente per una forma di comunicazione. Sono tutti marini, e la maggior parte vive nei mari freddi, come l’Antartico (dove Euphasia superba è la fonte di cibo principale per i grandi misticeti, come la balena franca). Nel Mediterraneo, le grandi balenottere comuni si cibano quasi esclusivamente dell’eufasiaceo Meganychtiphanes norvegica.

Gli elementi dello zooplancton più conosciuti sono sicuramente le meduse, animali gelatinosi appartenenti al gruppo dei celenterati. Tra le più note nel Mediterraneo, la medusa Aurelia (Aurelia aurita), il polmone di mare (Rhizostoma pulmo) e la temuta, per via delle ferite inferte ai bagnanti, Pelagia noctiluca.

Anche se si muovono in base alle correnti, molti organismi del plancton sono in grado di spostarsi in verticale lungo la colonna d’acqua. Questi movimenti, che sono strettamente dipendenti dalla luce, vengono chiamati migrazioni verticali e possono essere piuttosto consistenti, anche di 200-300 metri. Generalmente questi organismi migrano verso l’alto durante le ultime ore del giorno, per poi scendere nuovamente al termine della notte. Sono state formulate un gran numero di diverse teorie per spiegare questo comportamento, ma nessuna di esse è stata, al momento, dimostrata inconfutabilmente. Probabilmente, come spesso in natura succede, i motivi sono molteplici.


  
Macroplancton (Apolemia uvaria)
Foto di Guido PICCHETTI
Una spiegazione è che il plancton migri verso l’alto solo di notte per evitare i predatori, la cui pressione è molto alta durante il giorno. Altri sostengono che lo zooplancton salga solo di notte perché è durante questo periodo che le esotossine emesse dalla grande massa del fitoplancton sono prodotte con un ritmo molto minore per via dell’assenza dell’energia solare.
Un’altra ipotesi è che lo zooplacton migri verso il basso per evitare le forti correnti superficiali, che lo trasporterebbero lontano, in zone probabilmente più sfavorevoli. Inoltre, sembra che l’acqua fredda (presente sotto il termoclino, a maggiori profondità) consenta a questi animali di raggiungere una taglia più grande, con notevoli vantaggi in termini di riproduzione e fitness (che è la quantità di discendenti che arrivano alla maturità sessuale).

La vita di questi piccolissimi esseri è quindi ancora piena di punti di domanda, oltre che di difficoltà. La biomassa dello zooplancton è veramente enorme, e ancora non sfruttata (se non indirettamente) per l’alimentazione umana. Vista anche la crescita della popolazione, non sarebbe una cosa stupefacente se, tra qualche decina d’anni, i nostri figli troveranno nel piatto una zuppa di copepodi. Vista anche la grave crisi dell’industria della pesca e lo sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche, utilizzare queste risorse in modo sostenibile potrebbe forse aiutare a ristabilire l’equilibrio già gravemente alterato degli oceani.

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