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Biodiving: photosub, marine biology, diving school

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I molluschi: i gruppi conchiferi
- Parte II: Bivalvi e Scafopodi -
di Andrea BIDDITTU


  
Lima ballerina (Lima hians)
Foto di Gianni NETO
Torniamo indietro nel tempo, quando i monoplacofori erano i soli portatori di conchiglia. Alcuni decisero di continuare a strisciare sui fondali e da questi presero origine gasteropodi e cefalopodi. Altri decisero di nascondersi nel sedimento, vale a dire nella sabbia o nel fango. Da questo gruppo di neopiline si sono evoluti bivalvi e scafopodi.

@ Bivalvi
Il diverso stile di vita che questi primitivi monoplacofori intrapresero, produsse un profondo rimaneggiamento della morfologia. Non dovendo più andare a caccia di altre prede o cercarsi il cibo necessario alla loro sopravvivenza, la parte cefalica del corpo andò incontro ad involuzione, vale a dire persero la testa. Nelle specie recenti di bivalvi, la parte cefalica del corpo è riconoscibile solo per la presenza della bocca. La conchiglia diventò una vera e propria scatola nella quale l’animale si chiude completamente all’esterno. Il piede assume una forma ad accetta al fine di assicurare una più efficiente penetrazione nello spessore del sedimento. Alla cavità palleale è permesso di svilupparsi e va ad occupare tutto il volume della conchiglia. A questo punto, le branchie, non più costrette nell’angusta cavità palleale che caratterizza i gasteropodi, si allargano a dismisura e cominciano a svolgere una doppia funzione. Oltre a quella respiratoria, gli ctenidi dei bivalvi svolgono anche la funzione alimentare. Si cominciano a sviluppare sulla loro superficie cellule ciliate e mucose che hanno la funzione di trasportare il cibo (solitamente particelle organiche) direttamente all’apertura orale. Dal mantello si sviluppano dapprima due tubi, poi due sifoni attraverso i quali viene fatta entrare l’acqua nell’ampia cavità palleale (apertura o sifone inalante), poi è fatta passare attraverso le branchie e i materiali di rifiuto vengono espulsi attraverso l’apertura o il sifone esalanti.


  
Ostrica spinosa (Spondylus varius)
Foto di Roberto SOZZANI
Non solo i fondi mobili diventano il regno dei bivalvi, ma colonizzano anche i fondi duri con diversi espedienti. Fondono una delle valve con il substrato, oppure producono dei filamenti cheratinici (il bisso) che costituiscono una vera e propria ancora con la quale l’animale si mantiene fisso al fondale. Nelle specie fisse al substrato (dalle cozze alle ostriche) il piede va incontro ad una forte involuzione non servendo più alla locomozione.

Proprio le branchie, caratterizzate da una complessa morfologia ed istologia, costituiscono il motore principale attraverso il quale i bivalvi sono stati in grado di colonizzare tutto l’ambiente marino e delle acque dolci. Ed è proprio la morfologia delle branchie che costituisce la base per una corretta classificazione delle oltre 20,000 specie che tuttora vivono in tutto il mondo. Come per i gasteropodi, la seguente classificazione è solo una sintesi fra le tante ipotesi e sconvolgimenti tassonomici fra le quali il malacologo si deve destreggiare.

SOTTOCLASSEORDINE

Cryptodonta

Solemyoida
PalaeotaxodontaNuculoida
PteriomorphiaArcoida
Mytiloida
Pterioida
Ostreoida
PalaeoheterodontaUnionoida
HeterodontaVeneroida
Myoida
Pholadoida
AnomalodesmataPholadomyoida

Ai Solemyoida si ascrivono specie di profondità, quasi relitti della prima radiazione evolutiva dei bivalvi, la cui biologia è poco conosciuta. Lungo le coste italiane vive una sola specie, la rara Solemya togata.


  
Bivalve (Chlamys sp.)
Foto di Nicola CADEL
Ai Nuculoida appartengono diverse specie, sia micro- che macromolluschi, tipiche soprattutto dei fondi mobili. Da citare la famiglia Nuculidae, le cui specie caratterizzano in modo particolare i fondali fangosi.

Solo con gli Arcoida entriamo nella vera e propria radiazione evolutiva dei bivalvi con specie a noi note per ragioni … gastronomiche. Troviamo molte specie di fondo duro, come Arca noae, la cui forma ricorda una barchetta, Barbatia barbata, spesso confusa con la prima specie, e le tre Glycymeris, bivalvi con conchiglia quasi perfettamente ovale da non permettere un agevole riconoscimento della parte destra e sinistra.


  
Pinna comune (Pinna nobilis)
Foto di Maurilio CARICATO
Per i Mytiloida abbiamo un ragionevole occhio di riguardo. Basti citare Mytilus galloprovincialis, la comune cozza, e la corrispettiva gigante dell’Oceano Atlantico Mytilus edulis. Ma alla famiglia Mytilidae appartengono innumerevoli altre specie, sia marine che lagunari con una grande importanza ecologica. Basti pensare che i mitili, data la loro efficientissima filtrazione, sono utilizzati per rilevare la presenza di metalli pesanti ed altri inquinanti lungo la colonna d’acqua. Cito inoltre il dattero di mare (Lithophaga lithophaga), ora specie protetta, ma in passato sottoposto ad una pesca tanto pericolosa quanto ridicola, effettuata con le bombe. Sarebbe una grave mancanza non citare fra i Mytiloida la famiglia Pinnidae, alle quali appartengono le nacchere, i bivalvi più grandi che è possibile rinvenire nei nostri mari: Pinna nobilis, specie ora protetta che può superare il metro di lunghezza, insieme alle più piccole Pinna rudis e Atrina pectinata.


  
Ala di rondine (Pteria hirundo)
Foto di Gianni NETO
Fra i Pterioida troviamo i bivalvi che vivono fra le gorgonie e vari bivalvi perliferi, come Pinctada margaritifera. Dopotutto, non solo lauti pasti, ma anche preziosi oggetti regalano i bivalvi, come le perle. Queste non sono altro che strumenti di difesa quando fra il mantello e la conchiglia dell’animale si introduce un corpo estraneo, come un granello di sabbia. L’animale comincia allora a depositare sopra questo corpo strati successivi di madreperla. È da sottolineare che tutti i bivalvi sono in grado di produrre perle, anche le cozze. Il sottoscritto possiede valve di umili cozze con le loro perle. Non vi fate venire strane idee: il loro valore commerciale è assolutamente nullo! Inoltre, sono citati anche casi di gasteropodi che hanno prodotto perle.


  
Canestrello (Crassadoma multistriata)
Foto di Nicola CADEL
I Pterioida includono anche molluschi eduli importanti per il loro valore commerciale, come pettini, canestrelli ed ostriche spinose. La famiglia Pectinidae include un numero elevatissimo di specie in tutto il mondo, dalla conchiglia rinomata per le sue colorazioni. Fra le specie più note abbiamo Pecten jacobaeus, la cui forma ha ispirato anche diversi pittori e scultori: un esempio per tutti, la Venere del Botticelli! La specie affine, Pecten maximus è utilizzata nei pellegrinaggi a Santiago de Compostela come recipiente dal quale bere.

Agli Spondylidae appartengono le ostriche spinose, bivalvi che cementano una delle due valve. L’altra si caratterizza per il forte sviluppo di aculei e spine che, in certe specie indo-pacifiche, raggiungono uno sviluppo abnorme. Nei nostri mari si rinviene Spondylus gaederopus dalla tipica colorazione rossa conferita dalla presenza sulla sua superficie della spugna Crambe crambe.


  
Conchiglia bivalve (Lopha cristagalli)
Foto di Giancarlo LA FACE
Agli Ostreoida appartengono le classiche ostriche, ben note alla nostra specie, soprattutto quando sono insaporite col succo di limone e accompagnate da un bicchiere di buon vino bianco.

Al piccolo ordine degli Unionoida appartengono specie filtratici di acque dolci, grosse e dalla conchiglia bruniccia.

La vera esplosione evolutiva dei bivalvi si raggiunge con l’ordine dei Veneroida nel quale sono racchiuse la gran parte delle specie note. Tale successo è da ricondurre senza dubbio alla morfologia della branchia che si trasforma in un organo in grado di filtrare con estrema efficienza grandi volumi d’acqua. Citerò solo quelle famiglie e specie a noi note, e sono già tantissime.


  
Ciama (Chama gryphoides)
Foto di Giancarlo LA FACE
I primi che si incontrano sono i Cardiidae, i cosiddetti cuori, tipici di fondi sabbiosi e comunissimi lungo le nostre coste: Acanthocardia tuberculata, A. echinata, Cerastoderma glaucum, e molte altre dalla caratteristica conchiglia bombata con colorazione gialla. Seguono i Mactridae, comunissimi lungo le nostre coste sabbiose. Giungiamo ora a Heterodonta di gran pregio: i cannolicchi, notissimi per la loro strana conchiglia allungatissima e per il loro sapore delicato. Sono divisi in due famiglie: Solenidae e Pharellidae per un totale di quattro specie per il solo Mediterraneo. Sempre più rari nei mercati del pesce, le loro popolazioni sono andate incontro negli anni passati ad un forte decremento, sembra a causa di un’epidemia virale.

Se pensate che vi sia solleticando l’appetito, vi dico subito che abbiamo appena cominciato. Seguono infatti le saporitissime telline. A questo punto è necessaria una breve nota di nomenclatura. Le telline propriamente dette appartengono alla famiglia Tellinidae, costituita da specie dalla bella conchiglia (anche coloratissima, come la rossa Tellina pulcella) sottile e debolmente piegata posteriormente. In realtà, i raccoglitori di telline non raccolgono le specie della famiglia Tellinidae (anzi, le ributtano a mare considerato anche lo scarso contenuto di materia edule), ma altri bivalvi evolutivamente prossimi, i Donacidae. Nei nostri piatti quindi non troviamo il genere Tellina, ma il genere Donax, rappresentato in Italia da quattro specie.


  
Fasolara (Callista chione)
Foto di Francesco ZENI
Dopo una serie di altre famiglie più o meno note rappresentate da macro- e microbivalvi, troviamo finalmente vongole, fasolare e tartufi di mare, spesso veri e propri protagonisti dei nostri pranzi. Scientificamente note sotto il nome di Veneridae, questa famiglia di bivalvi annovera un numero di specie elevatissimo (per le nostre coste una ventina circa). Le più note ai nostri palati sono Chamelea gallina, comunissima lungo le coste dell’Adriatico, Dosinia lupinus e D. exoleta (note col nome di lupini), la gustosissima Callista chione (nota col nome di fasolara) dalla bella conchiglia bruno rossiccia, e la vongola propriamente detta, Tapes decussatus, da tempo soppiantata nei nostri mercati dalla vongola filippina Tapes philippinarum.


  
Tridacna (Tridacna maxima)
Foto di Guido PICCHETTI
Fra i Veneroida, un discorso a parte va ai Tridacnidae. Sono i bivalvi più grandi del mondo, caratteristici delle barriere coralline indo-pacifiche. La più celebre fra le specie è Tridacna gigas che raggiunge una lunghezza superiore al metro e mezzo.

Stanchi della classica forma della loro conchiglia, i successivi ordini di bivalvi modificano profondamente la struttura del loro nicchio. Troveremo quindi poche specie con importanza commerciale, ma decisamente rilevanti da un punto di vista biologico.

Ai Myoida appartengono piccoli bivalvi. Da citare senza alcun dubbio Corbula gibba, specie infestante che vive su fondi fangosi o sabbio fangosi in densità anche elevatissime. In un campione di fango lungo la batimetrica dei 30-50 m si possono rinvenire anche migliaia di esemplari di questa specie, indicatrice di instabilità sedimentaria. Oltre a questa specie, un’altra rinvenibile a densità ancora più elevate lungo la zona di battigia è Lentidium mediterraneum (talvolta il numero di esemplari arriva fino a 10-20,000!). Sempre ai Myoida appartengono piccole specie in grado di perforare substrati duri, soprattutto calcarei, come gli Hiatellidae. A questa famiglia appartiene uno dei più grossi bivalvi del Mediterraneo, Panopea glycymeris, rinvenibile su fondali profondi.

I Pholadoida non sembrano assolutamente bivalvi, piuttosto vermi tubicoli lunghi in alcune specie anche più di 1-2 m. La conchiglia è un piccolo residuo evolutivo che ormai non serve più. Il tubo calcareo che questi bivalvi si costruiscono è sempre secreto dal mantello, ma serve solamente a proteggere i due lunghissimi sifoni che questi bivalvi hanno evoluto per entrare in comunicazione con l’esterno dall’interno delle loro tane. Mentre i Pholadidae ancora conservano la classica morfologia di un bivalve, i Teredinidae assumono l’aspetto vermiforme ora descritto.


  
Clavagella aperta (Clavagella melitensis)
Foto di Maria GHELIA
L’ultimo ordine dei Pholadomyoida è rappresentato da un gran numero di specie per lo più di profondità, che sono riuscite a colonizzare i fondi abissali. La conchiglia diventa sempre più piccola rispetto al corpo dell’animale, oppure si allunga solo da un lato. Inoltre, molte specie diventano attive predatrici potendo risucchiare con i sifoni anche piccoli invertebrati o pesci.

@ Scaphopoda
Da un piccolo gruppo di molluschi intermedi fra monoplacofori e bivalvi, ad un certo punto si è distaccato un ramo evolutivo che ha prodotto una classe di molluschi dalla forma assolutamente aberrante: gli scafopodi.

Hanno una forma allungata in senso antero-posteriore e la loro conchiglia è una sorta di zanna d’elefante con le estremità aperte. Il capo è poco sviluppato (non scompare del tutto come nei bivalvi) e alla sua base ci sono dei piccoli tentacoli che terminano a ventosa (detti captacoli) con i quali l’animale cattura piccoli animali nello spessore del sedimento. Esistono circa 400 specie di scafopodi, nei mari italiani ce ne sono solo tredici. Si suddividono in due ordini: Dentaliida e Siphonodentaliida. I primi sono grossi (raggiungono anche la lunghezza di 10 cm) e la loro conchiglia ha la tipica forma a zanna d’elefante. I secondi possono essere anche molto piccoli e la loro conchiglia è ben più sottile ed ha forme più varie, a barilotto, a boomerang, ecc…

Termina qui il viaggio fra gli animali portatori di conchiglia. Spero di avervi trasmesso la passione che guida le mie ricerche. Magari, passeggiando lungo la spiaggia o durante un’immersione, la vostra attenzione sarà maggiormente rivolta alle conchiglie e ai loro costruttori. Per concludere, vi chiedo solo di non uccidere un animale solo per la sua conchiglia. La vostra collezione di conchiglie deve essere un ricordo piacevole dei posti che avete visitato o esplorato in immersione, non un cimitero di animali.


  
Lepre di mare (Aplysia fasciata)
Foto di Gianni NETO
Vi aspetto per l’articolo sugli opistobranchi!

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