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  Gli Articoli di MondoMarino.net
E se l’Antartide fosse il polmone di Gaia?
- Piccola storia di un continente che potrebbe salvarci -
di Marta PICCIULIN

Ognuno di noi ha il suo Bianco Sud” disse Sir Ernest Shackleton, uno dei più grandi esploratori dell’Antartide, ricordando il gelido continente australe.

Era l’inizio del secolo scorso, Shackleton, bloccato per un anno tra i ghiacci polari, era riuscito epicamente a salvare se stesso e i suoi compagni. Louis Bernacchi, il fisico che partecipò alla spedizione Discovery insieme a lui, scrisse nel diario di bordo: “Per Shackleton l’Antartico non esiste. E’ totalmente assorbito nel suo mondo interiore. Per lui l’Antartide non è solo un luogo da conquistare ma rappresenta una metafora della vita”.

L’Antartide è una terra rimasta di fatto sconosciuta all’uomo per centinaia di anni. Gli antichi greci ne sospettavano l’esistenza sulla base di una concezione sferica della terra: essi supponevano che, all’estremo inferiore del globo, dovesse esistere una massa terrestre che controbilanciando il peso dell’emisfero boreale denominato Arktos (ovvero ‘orso’, dal nome della costellazione dell’Orsa Minore a cui appartiene la stella polare), impedisse al mondo di capovolgersi. Denominarono questa massa Anti Arktos, Antartico….


  
scorcio dell'Antartide (foto dott. Serena Fonda)
Nelle carte geografiche, i cartografi medioevali indicarono l’Antartide ‘Terra Australis Incognita’, immaginandola come una terra ricca, fertile e popolata. Magellano, nel 1520, credette di aver scoperto il continente meridionale quando avvistò la terra del Fuoco ma fu il capitano James Cook, nel 1773, il primo a tagliare il Circolo Polare Artico e a smentire questa illusione: laggiù non c’era nessun Eden pieno di primizie, laggiù c’era solo un gelido inferno.

Se è vero che i cacciatori di foche sbarcarono in Antartide già intorno al 1820, la vera conquista del continente avvenne il 14 dicembre 1911, quando Roald Admunsen, norvegese, raggiunse il Polo Sud. Il britannico Robert Scott raggiunse il polo un mese più tardi; vedendo la bandiera norvegese sventolare sul ghiaccio eterno, scrisse sul suo diario: “il peggio è successo”’. Con la morte di E.H. Shackleton, nel 1922, si concluse il periodo eroico dell’esplorazione Antartica e ebbe inizio l’era moderna caratterizzata dall’impiego di strumenti scientifici e di mezzi aerei di vasta scala.

Alle soglie di questo nuovo secolo, l’Antartide è un territorio non soggetto alla sovranità di alcuno Stato. La presenza di Paesi interessati sul continente è tuttavia consentita e regolata dal Trattato sull'Antartide (Washington 1959). Tutti i Paesi aderenti al Trattato hanno diritto di accedere al continente indiviso, di svolgere attività specifiche e di ricerca su tutta l'area antartica, senza discriminazione territoriale. Sono altresì interdette le attività a carattere militare, gli esperimenti nucleare e la discarica dei rifiuti nucleari.

L'Italia ha sottoscritto il Trattato Antartico nel 1981, in base al quale si è costruita una base italiana permanente a Baia Terra Nova.


  
Il mare antartico (foto dott. Serena Fonda)
L’Antartide è ritenuto il cuore pulsante del pianeta. Esso riveste un importante ruolo nella formazione della circolazione atmosferica ed oceanica del globo. La spiccata differenza di temperatura che esiste tra l’Equatore ed i Poli, determina uno spostamento delle masse d’aria che tendono a ridistribuire uniformemente il calore sulla superficie terrestre, determinando il clima planetario. Questo ruolo viene condiviso con gli oceani, che, con la loro estensione di circa il 70% della superficie terrestre, costituiscono i più grandi serbatoi di calore della Terra. In Antartide, la particolare situazione meteorologica dell’area genera una zona, detta “Divergenza Antartica” (East Wind Drift), che provoca la risalita di acque profonde, calde, salate e ricche di nutrienti, con conseguente rilascio di calore nell’atmosfera e sprofondamento delle acque oceaniche fino a latitudini più basse. Queste acque profonde raggiungono ed, in alcuni casi, superano l’equatore. Esse trasportano non solo acque fredde, ma anche qualcosa come 2 Gt (Giga tonnellate = 109 tonnellate) di carbonio per anno, sottraendolo all’atmosfera, dove si trova in massima parte sotto forma di anidride carbonica.

Com’è noto, l’anidride carbonica è un gas che si origina non solo naturalmente ma anche a causa delle emissioni antropiche, che impediscono la dispersione di una buona parte delle radiazioni solari riflesse dalla Terra, trattenendole nell’atmosfera. Di conseguenza, la temperatura media della Terra è aumentata di circa mezzo grado (effetto serra) negli ultimi cento anni e gli scienziati prevedono un ulteriore aumento nei prossimi decenni. Anche se questi mutamenti avvengono senza che gli esseri umani ne siano consapevoli,essi provocano sul nostro pianeta vere tragedie ambientali.


  
sfumature antartiche donate dal Sole all’orizzonte (foto dott. Serena Fonda)
L’anidride carbonica viene continuamente scambiata tra atmosfera ed oceano, solubilizzandosi naturalmente in acqua, in quantità proporzionali alla sua concentrazione in atmosfera. Si calcola,infatti, che gli oceani contengano 60 volte la quantità di CO2 presente nell’atmosfera. Una volta disciolta in mare, viene utilizzata come molecola nella reazione chimica che da luogo alla fotosintesi (6CO2+6H2O+energia solare = C6H12O6+6O2 ), ovvero è trasformata in zucchero (glucosio) e viene liberato ossigeno. Questo zucchero, a sua volta, diventa parte costituente degli organismi attraverso la catena alimentare. Il carbonio rimane così, sotto forma di molecole biologiche, per tempi più o meno lunghi, a seconda che sia un costituente di organismi con ridotte dimensioni (ad es. batteri), organismi più grandi e più longevi (ad es. pesci) o sedimento di origine biologica (ad es. barriere coralline). Infine, parte del carbonio organicato, rimane in mare sotto forma di infinite molecole più o meno semplici, dette scientificamente DOC (‘carbonio organico disciolto’), alcune delle quali possono essere demolite dai batteri, ma, in massima parte (il 70-80%), non sono biodegradabili.

Il risultato generale di questi processi è che l’oceano ingloba al suo interno l’anidride carbonica, diminuendo così la concentrazione della stessa nell’atmosfera, limitando quindi i ben noti, tragici, effetti sulla temperatura del pianeta.

Tuttavia le cose non sono semplici come appaiono.


  
veduta del "polmone blu" (foto dott. Serena Fonda)
Studi recenti (fine anni ’90), hanno dimostrato che l’abbondante comunità microbica presente in tutti i mari del mondo, seppur di piccole dimensioni (0,2 – 20 mm), svolge un ruolo ‘da gigante’ nel ciclo del carbonio. Si è calcolato che i batteri marini superficiali degradino qualcosa come il 30-60% dell’anidride carbonica fissata dal fitoplancton, immettendola nuovamente in atmosfera attraverso la respirazione. In particolare, nel 1997 alcuni ricercatori americani hanno dimostrato che in gran parte degli oceani la respirazione batterica immette più anidride carbonica in atmosfera di quanta ne venga utilizzata per lafotosintesi. Questa scoperta porta a conclusioni sconvolgenti poiché, in tal caso, gli oceani non agirebbero più da equilibratori (come ritenuto fin ora) ma, al contrario, sarebbero essi stessi produttori di anidride carbonica a livello planetario. D’altro canto, considerata l’elevatissima produzione antropica di anidride carbonica, la concentrazione di CO2 atmosferica dovrebbe essere molto più alta di quella registrata al momento attuale. Deve esistere, dunque, un meccanismo di regolazione ‘naturale’ del pianeta che trasformi il gas e ne riduca la quantità in atmosfera.

Uno di questi meccanismi potrebbe trovarsi proprio in Antartide: durante l'estate antartica lo scioglimento dei ghiacci crea le condizioni ottimali per permettere agli organismi vegetali fotosintetici di crescere e svilupparsi. Come risultato l’area antartica diventa responsabile di circa il 5% della produzione globale di carbonio organico, superando largamente l’effetto negativo della respirazione batterica. L’Antartide, quindi, sembra essere una delle aree planetarie che agisce effettivamente da modulatore attivo di anidride carbonica: l’Antartide sarebbe insomma il ‘polmone blu’ del pianeta.


  
...onde, luci e ghiacci da guardare… (foto dott. Serena Fonda)
Comprendere quale sia il percorso dell’anidride carbonica nel trasferimento dall’atmosfera all’acqua ed agli organismi che la popolano, è lo scopo che si prefiggono i ricercatori del progetto internazionale C.L.I.M.A. (Climatic Long Term Interaction of the Mass Balance in Antartica).

Penso alle emozioni che si possono provare a vivere per mesi in un deserto ghiacciato, illuminato notte e giorno dai raggi solari, senza nient’altro che il lavoro quotidiano di ricerca e l’orizzonte infinito di onde, luci e ghiacci da guardare… l’Antartide non è un luogo qualunque, è invece: “Così lontano dal mondo che sperimentiamo quotidianamente, così lontano dalle lotte umane, dalle incertezze economiche dell’esistenza, dalla politica e dalle guerre, che è facile capire come esse non contino proprio nulla” – Louis Bernacchi, esploratore dell’Antartico del periodo “eroico”.


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