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  Gli Articoli di MondoMarino.net
Sumatra, il giorno dopo
di Francesco RICCIARDI

Il terremoto del 26 dicembre 2004 nel Sud-Est asiatico sarà ricordato a lungo. Specialmente in alcune aree, tra cui l’isola di Simeulue, Nord Sumatra, Indonesia, un’isola lunga circa 80 km ed il punto più vicino all’epicentro del terremoto. Da quel giorno, per gli abitanti dell’isola, molto è cambiato. E’ cambiata addirittura la geografia: la spiaggia non è più dov’era prima, ma si è spostata. Tutto quello che c’era sott’acqua, coralli, spugne, alghe, adesso è fuori, per centinaia di chilometri di costa. Dopo il terremoto del 26 dicembre, il fondo marino si è sollevato di quasi due metri.

Gli abitanti di Langi, un piccolo paese a nord di Simeulue, ci hanno raccontato del terrore di 7 minuti di scossa ininterrotta, in cui non riuscivano a reggersi in piedi, al termine della quale hanno visto i coralli uscire dall’acqua e il mare che si ritirava, per centinaia di metri. La tradizione e le storie tramandate dagli anziani hanno salvato loro la vita: queste storie raccontavano della terra che ha tremato, del mare che si è ritirato, e di un’enorme onda che distrusse il villaggio, agli inizi del ‘900. La fuga precipitosa ha salvato centinaia di persone: l’onda anomala che pochi minuti dopo si è abbattuta su Simeulue ha fatto soltanto 6 vittime.

“Sumong” in lingua locale significa “tsunami”, l’onda anomala. Il legame della gente di Simeulue con la loro terra e con la natura ha fatto la differenza con altre zone, tra cui la vicina Banda Aceh, in cui l’onda ha fatto centinaia di migliaia di vittime.

Subito dopo l’evento, gli aiuti umanitari sono arrivati a pioggia sulla zona. Molte delle imbarcazioni che di solito fanno charter per crociere per surfisti si sono trasformate in ospedali, cargo di medicinali, di acqua, di cibo per quella gente. Molte organizzazioni con base a Padang si sono mobilitate per fornire aiuto alle popolazioni colpite.


  
La barriera corallina fuori dall’acqua dopo il terremoto
Una di queste imbarcazioni, la “Santa Lusia”, ha avuto come meta proprio l’isola di Simeulue, per una spedizione organizzata dall’Università Politecnica delle Marche che ha avuto il compito di cercare di valutare i danno provocato dal terremoto e dallo tsunami sulle barriere coralline, fonte di cibo e sostentamento per la popolazione locale. A bordo, ricercatori italiani e indonesiani specializzati in diverse aree dei biologia ed ecologia marina, dagli invertebrati ai pesci e coralli.

Tra il 16 e il 26 marzo 2005, ovvero meno di due mesi dopo l’evento, siamo stati tra i primi testimoni di un evento storico, e sicuramente i primi ad aver visitato la parte sommersa dei reef della zona di Simeulue, la più colpita.

La spedizione ha toccato diversi punti: dopo una rapida sosta per rifornimento nella città di Gunung Sitoli, nell’isola di Nias – tornata recentemente alla ribalta della cronaca perché un secondo terremoto, seppure di magnitudo inferiore a quello di dicembre, ha provocato centinaia di vittime in tutta l’isola – l’imbarcazione si è diretta nella parte meridionale di Simeulue.


  
Una zona di barriera indonesiana ancora in salute
La prima immersione di fronte al villaggio di Busung, è stata per un certo verso sorprendente: nessun danno apparente ai coralli a causa dello tsunami, anche se vaste aree portano i segni di pesca con la dinamite, forma di pesca estremamente distruttiva e ormai bandita in tutta l’Indonesia, anche se i controlli non sono certo capillari.

Le zone osservate presentano invece un ecosistema in salute, con coralli bassi ed appiattiti, adattatisi alle forti onde oceaniche che fanno di quest’isola una delle mete preferite dagli amanti del surf di tutto il mondo. Anche i pesci sono abbondanti, in particolare abbiamo rilevato la presenza di numerosi pesci farfalla corallivori, che sono un sicuro indice della buona salute del reef. La seconda immersione ci ha confermato queste impressioni: l’isolotto di Simelutjur, esposto a fortissimi venti e onde molto intense da ovest, presenta un paesaggio sottomarino intatto e meraviglioso. L’onda di tsunami, per quanto intensa, non ha potuto fare danni in un ambiente già decisamente adattato ad un moto ondoso intenso ed ad un elevato idrodinamismo. L’immersione è piuttosto pesante, vista anche la fortissima risacca creata dalle onde, percepibile fino a più di 30 metri di profondità. In più, il comandante della barca, informato del sollevamento del fondo marino, si mantiene a notevole distanza, costringendoci a lunghe nuotate con l’attrezzatura subacquea indossata.


  
I coralli, ormai morti, formano una foresta pietrificata
Il giorno successivo, la meta della spedizione è l’isolotto di Lakon. Lo spettacolo che ci aspetta è incredibile: tutta l’isola si è sollevata di quasi 2 metri, lasciando vastissime aree di barriera corallina esposte fuori dall’acqua.

Giganteschi coralli massivi del genere Porites, coralli a tavolino come Acropora e Pocillopora biancheggiano, ormai morti, sulla superficie del reef.

Altre zone, ancora bagnate dagli spruzzi e dell’alta marea, sono completamente verdi per la colonizzazione subita dalle alghe.
  
Un granchio sorpreso dal sollevamento del fondo marino
Ancora più impressionante è camminare sui coralli, come su una foresta pietrificata, ed incontrare sul nostro cammino granchi, molluschi, ricci di mare, immobili e seccati al sole, sbalzati fuori dall’acqua dal terremoto e non più in grado di raggiungere la salvezza, il mare ormai lontano.

L’immersione davanti a Lakon ci conferma le impressioni avute in superficie: lo spettacolo è desolante, con enormi blocchi di corallo rovesciati. Tra i pesci, i più abbondanti sono i pesci chirurgo e i pesci pappagallo, animali erbivori, gli unici in grado di trovare del cibo in un ambiente ormai popolato solo dalle alghe e da poco altro. Non è stato tuttavia l’impatto dello tsunami a provocare questo danno: i coralli, abituati alle forti onde oceaniche, avrebbero potuto resistere senza danno, come avevamo rilevato nella parte meridionale di Simeulue.


  
Delle colonie di corallo rovesciate dopo la violenza del terremoto
E’ stato il sisma a frantumare la piattaforma carbonatica su cui si posa il reef, causando crolli e frane: la parte non esposta all’onda dell’isolotto presenta infatti le stesse condizioni di quella rivolta verso l’oceano, da cui è arrivato lo tsunami. Ulteriore danno agli organismi marini è stato causato invece dalla sabbia e dal sedimento trasportato dal ritirarsi delle acque dopo lo tsunami: molti coralli sono adesso coperti da diversi centimetri di sabbia che impediscono la vita dei piccolissimi organismi che formano le colonie coralline.


  
Colonie di Porites sollevate e ricoperte di alghe verdi
Questa situazione è ancora più esasperata di fronte al villaggio di Langi, dove la presenza di risaie ed insediamenti umani ha rubato ulteriore spazio alla crescita delle mangrovie, le piante con radici subacquee in grado di trattenere gran parte del sedimento e della sabbia di ritorno.

L’ultima tappa è l’isola di Silaut Kecil, la zona di terra più vicina in assoluto all’epicentro del terremoto. Alcune spaccature impressionanti sul fondo marino testimoniano l’incredibile violenza del sisma. Il reef nei primi metri è completamente distrutto, anche se probabilmente era già danneggiato dalla pesca con gli esplosivi. Più in profondità, invece, l’ambiente sembra intatto, probabilmente è stato in grado di sopportare l’onda d’urto del terremoto e dell’onda. La comunità dei pesci si presenta in buono stato, con un normale rapporto tra pesci erbivori e corallivori, e la presenza anche di pesci di grossa taglia, come una manta, completamente assenti nei punti dove ci eravamo precedentemente immersi.

Il terremoto del 26 dicembre ha sicuramente lasciato in questa zona un’impronta indelebile, tanto da far diventare necessario addirittura riscrivere le carte nautiche.


  
I coralli morti sono già stati colonizzati dalle alghe verdi
L’opera di ricostruzione da parte della natura è certamente già ricominciata: non è possibile stimare quanto tempo ci vorrà perché tutto torni com’era prima. Probabilmente non sarà mai più lo stesso, perché le barriere coralline sono entità in continua evoluzione. Certamente un evento simile deve far riflettere, perché buona parte dei danni erano inevitabili, ma in altri casi un utilizzo più attento delle risorse naturali avrebbe potuto sicuramente limitarli.

(Fotografie dell'autore)

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